2026/10 - Come d’incanto

Entrare in una fiera di giochi da tavolo è come entrare in un’altra dimensione. Come Schwarzenegger in LAST ACTION HERO. Oppure come ROGER RABBIT per chi non conoscesse il film di John Mc Tiernan. Che forse non sarà Akira Kurosawa ma i suoi capolavori li ha fatti lo stesso. La più grande fiera di giochi da tavolo d’Italia si tiene ogni anno a Bologna e si chiama PLAY. Nessuno ha ancora capito se sia un sostantivo maschile o femminile. Qualcuno la chiama la PLAY. Qualcuno il PLAY. Poco importa. Per la prima volta nella storia dell’anno e mezzo di vita della nostra casa editrice eravamo presenti anche noi. Un bellissimo ricordo. Anche se ricordo alcune cose, altre no. La memoria funziona così. È come se ci fosse un limite di giga. Ricordo, per esempio, che alle scuole medie durante l’ora di religione ho visto DERSU UZALA. Perché la mia memoria abbia deciso di ricordare un film russo diretto da un regista giapponese. Che solo molti anni dopo ho scoperto essere Akira Kurosawa. Che probabilmente ai tempi avevo scambiato per Akira Toriyama l’autore di Dragonball. Per me è un mistero. Comunque. Ricordo che Dersu Uzala, prima di andarsene da un bivacco, prepara legna e cibo per chi arriverà dopo di lui. Si preoccupa per persone che non conosce. Pensa a quelli che verranno dopo. È il bellissimo messaggio del film. Mentre ero alla PLAY, o al PLAY, ho pensato che è quello che mi succede in quanto autore di giochi. Mentre invento giochi mi preoccupo di persone che non conosco. Penso a quelli che li giocheranno dopo di me. Ad oggi sono state vendute nel mondo oltre 50'000 copie di miei giochi. Tolti gli amici e parenti, gli altri sono sconosciuti. Sono numeri. Quantità di negozi. Ordini di distributori. Resoconti delle vendite. La cosa più magica per me della fiera è stata che ha trasformato questi numeri in persone. Come la zucca in carrozza di Cenerentola. Persone che ho potuto incontrare. Scambiare qualche parola. Giocare insieme. Essere felici, per un attimo, insieme.

 

 

2026/09 - Dove ci sono sei cuoche, non c’è nulla da mangiare

Tutti sanno che la Svizzera è piccola. Molti sanno che nonostante sia piccola si parlano tre lingue diverse. Tedesco, Francese, Italiano. Pochi sanno che in realtà se ne parlano quattro. C’è anche il “romancio”. Ma lo parlano in pochi. Comunque. In Svizzera si parlano lingue diverse. Motivo per cui ricorriamo ai regolamenti multilingua. Tutti contenti. Il problema sono i titoli. Che devono andare bene a tutti. In tedesco, in francese e in italiano. Ragione per cui spesso tra i tre litiganti vince il quarto. No, non il romancio. Ma l’inglese. Ci sono però realtà che se ne sbattono delle nostre limitazioni multilinguistiche. Per esempio la Polonia. Che ha abbandonato i nostri banali titoli in inglese per il più simpatico polacco. Lingua di cui, fino a ieri, conoscevo solo le parole Lewandowski e Boniek. Ed invece ho scoperto ricca di bellissime espressioni. Come “non è il mio circo, non sono le mie scimmie” per dire che non sono affari miei. Come “lanciare i piselli contro il muro” quando qualcuno non vuole ascoltare. Oppure come il titolo di questo capitolo.
METEO è diventato TAKI MAMY KLIMAT. Che significa “che ci vuoi fare, questo è il clima che abbiamo”, una bellissima espressione per dire che le così stanno così, che non ci si può fare nulla.
WOOL STREET è diventato LOWCA TRENDOW. Che significa “cacciatore di tendenze”. Abbandonare l’inglese ci sta. Anche se “trendow” qualche etimologia anglofona secondo me comunque ce l’ha.
BLUE PENGUIN è diventato KOLEJNO ODLICZ. Due parole. Significherà “pinguino blu” in polacco, è il mio primo pensiero. Invece no. Significa “conto alla rovescia”, “contare in ordine” o “fare l’appello a uno a uno”. A dipendenza del traduttore automatico. Mi sfugge l’attinenza al tema. Ma in realtà è solo invidia nei confronti di chi può permettersi la poesia.

 

 

2026/08 - Sua altezza

Keith Johnstone, un maestro dell’improvvisazione teatrale, dice a proposito della creatività: “Non devi preoccuparti di quello che “esce”. Quello che “esce” è importante solo per i critici e per gli psicologi”. Per capire perché da me “escono” giochi piccoli dovrei forse cercare nel mio inconscio. O forse nella mia infanzia. Chissà. Forse associo le cose piccole a dei bei ricordi. Forse ai puffi. Mentre ai giochi grandi associo la figura negativa di Gargamella. Chi lo sa. Ma la risposta che mi do è questa. Volevo entrare nel mondo dei giochi da tavolo in punta di piedi. Provo a spiegarmi meglio. Nel game design non esistono le categorie. È come se tu, solo per il fatto di aver preso in mano una racchetta di ping pong, ti ritrovassi di colpo a Wimbledon a giocare contro Roger Federer. Non ci sono mezze misure. Sei un game designer. Oppure non lo sei. E se lo sei ti ritrovi nel ring con i più grandi. Come una Royal Rumble. Nel 2022, la prima volta che sono stato alla fiera dei giochi più grande del mondo, a Essen in Germania, ho incontrato Antoine Bauza. Uno tra i migliori game designer del mondo. Capite che per me era imbarazzante dover rispondere: “Sì” alla sua domanda: “Sei anche tu un game designer?”. È come se Sean Connery mi chiedesse: “Sei anche tu un attore?” e io rispondessi: “Sì” perché ho fatto la parte del pastorello nella recita di Natale dell’oratorio. Non era una bugia perché, tecnicamente, avevo già firmato il mio primo contratto e il mio primo gioco sarebbe stato pubblicato pochi mesi dopo. A mia discolpa, mi è sembrato intellettualmente onesto inquadrare correttamente la situazione. Ma sul momento non ho pensato al paragone con Sean Connery. Così ho specificato che se lui era una montagna, io ero una collina. Lui mi ha risposto: “Da qualche parte bisogna pur cominciare”. Da allora mi porto nel cuore l’idea che la collina è una montagna che ha appena cominciato. Che le colline sognano di diventare montagne. I miei giochi sono colline.

 

 

2026/07 - Ma che vacanza d’Egitto

C’è chi fa grande letteratura. Grande cinema. Grande musica. Noi invece facciamo piccoli giochi. Tanto piccoli che sulla scatola ci abbiamo aggiunto la scritta MINI CARD GAME per far capire che cosa ci sia all’interno. Quando un’amica incontra un’amica con un nuovo taglio di capelli le dice: “Come stai bene!”. Non importa se lo pensa davvero. Per evitare qualsiasi imbarazzo si dice così.  Capita più o meno la stessa cosa quando qualcuno vede per la prima volta i nostri piccoli giochi. Per evitare qualsiasi imbarazzo mi dice: “Così ci stanno in valigia!”. Che più che un complimento suona come “forse prenderò in considerazione di giocare ai tuoi giochi in vacanza ovvero unicamente quei rari giorni dell’anno in cui ci andrò”. Anche se, non so voi, ma quando vado in vacanza porto borsoni dell’IKEA pieni di giochi da tavolo proprio perché sono i giorni dell’anno in cui ho ancora più tempo per giocare. Ma sono di parte. Che poi le mete di turismo di massa delle persone che frequento non sono New York, Parigi e Venezia. Ma Cannes (fine febbraio), Bologna (fine maggio) e Essen (fine ottobre). Mete in cui non hai bisogno di portare giochi perché sarebbe come portare birre all’Oktoberfest. Quindi no, non abbiamo pensato le piccole scatole dei nostri giochi pensando alle vacanze. E neanche per non lasciarvi la scusa di dire “non li ho comprati perché non avevo più spazio a casa”. Ma per altri motivi. Che vi racconterò in un altro momento perché mi sono imposto un numero di righe massimo per capitolo. Poi scopro che Alberto e Valentina hanno davvero portato in vacanza in Egitto i nostri giochini. Come i nanetti da giardino nel favoloso mondo di Amelie. E che forse qualcuno di quelli che mi dicono “Così ci stanno in valigia!” lo pensa davvero.

 

 

2026/06 - Giocare ai propri giochi

Nella vita capita di aver fatto altro. Anche alle star di Hollywood. Julia Roberts. Brad Pitt. Jennifer Aniston. Sono attori che sono stati camerieri. Oppure, a seconda del punto di vista, sono camerieri che recitano. Mi chiedo quando si diventa altro. Per esempio game designer. Essere game designer non è un titolo di studio. Mi è capitato. Quando un gioco che ho inventato è diventato più grande di me. Poco prima, avevo una mia piccola gioia personale. Poco dopo, quella piccola gioia è stata trasmessa ad altre persone. È capitato quando la gioia mi è sfuggita di mano. Può essere una piccola gioia, ma può essere anche una grande gioia. Se raggiunge molte persone. E mi sono ritrovato a cercare di inventare un altro gioco. Possibilmente più bello. Perché se ci sono riuscito una volta, non so bene come, forse potevo rifarlo. Ma meglio. Per cercare di dare gioia ad ancora più persone. Per gli altri. Anche quest’anno sono stato invitato al Festival di Cannes. Sulla Croisette. Come Julia Roberts, Brad Pitt e Jennifer Aniston. Nello stesso Palais des Festivals. Solo che loro sono invitati al Festival del CINEMA di Cannes. Mentre io al Festival dei GIOCHI di Cannes. Che secondo me è più bello. Ma sono di parte. Comunque. Sono stato invitato allo stand del mio distributore francese. A giocare ai miei giochi. So che sembra strano fare 400 km per giocare ai miei giochi. Ma mi fa sempre piacere giocarci. Per fortuna. Per fortuna che mi fa sempre piacere giocarci. Perché devo giocarci tutto il giorno. Tutto il giovedì. Tutto il venerdì. Tutto il sabato. E tutta la Domenica. E allora ho pensato che forse non è vero che devo cercare di fare dei bei giochi per gli altri.

 

 

2026/05 - Gli sconsigli

Ci sono tre tipologie di gioco che sconsigliano di pubblicare. 1) I giochi stagionali, come il mio gioco sul Natale. 2) I giochi a tema religioso, come il mio gioco sul convento 3) I giochi a tema sportivo. Mi mancava solo il gioco a tema sportivo. Ho deciso di colmare questa lacuna. Perché penso che nel mondo dei giochi da tavolo in cui vengono pubblicati migliaia di nuovi giochi all’anno ci sia il rischio di pubblicare troppi giochi ambientati, per esempio, nell’antica Grecia. Ho pensato ad un gioco sull’atletica. Come molti di voi, mi appassiono alle olimpiadi ogni 4 anni. Poi per 4 anni snobbo tutti gli sport. A parte il calcio. Le scorse olimpiadi sono passate da un pezzo e alle prossime manca ancora molto. È il momento più sbagliato anche da un punto di vista di marketing. Ma mi piace che l’ambientazione si sposi con l’esperienza del gioco. E giocandoci ho la sensazione di far “allenamento”, prendendo carte, e  di far “fatica”, scartando carte. Quindi ho pensato all’atletica. Al decathlon per la precisione, perché devo pianificare l’allenamento in funzione delle diverse discipline. Il re Gustavo V definì il vincitore del primo decathlon delle olimpiadi nel 1912: “l’atleta più grande del mondo”. Ditemi voi se non è accattivante un gioco di carte in cui i giocatori cercano di essere “il più grande atleta del mondo”. Ma i distributori internazionali mi hanno sconsigliato di pubblicare un gioco a tema sportivo. Cosa vi avevo detto? Ho cercato di convincerli parlando dello spirito olimpico. Ho citato Gustavo V. Ho buttato lì che il tema sportivo si potrebbe comunque  appiccicare nell’antica Grecia. Silenzio. Se il gioco è ambientato nell’antica Grecia allora va bene. Quindi. Per favore. Se ne parlerete, tralasciate inutili dettagli su atletica, olimpiadi, decathlon e dite che il terzo gioco della prossima trilogia di MINI CARD GAME sarà un gioco sull’antica Grecia.

 

 

2026/04 - Cose dell’altro mondo

 “Gioco è un’azione, o un’occupazione volontaria, compiuta entro certi limiti definiti di tempo e di spazio, secondo una regola volontariamente assunta, e che tuttavia impegna in maniera assoluta, che ha un fine in se stessa;  accompagnata da un senso di tensione e di gioia, e dalla coscienza di “essere diversi” dalla “vita ordinaria”. Ci è parso di poter considerare questa categoria “gioco” quale uno dei più fondamentali elementi spirituali della vita.”
Johan Huizinga, HOMO LUDENS, 1939

Qualche anno fa sono entrato in un convento. Da spettatore, non da inquilino. È stata comunque una grande emozione. Ed è stata un’emozione ancora più grande entrarci da game designer. Non appena ho varcato la soglia infatti ho pensato: “Qui si gioca con regole diverse”. Ora, rileggete la citazione di Huizinga e ditemi se la definizione di gioco non sembra anche la perfetta descrizione di un convento. Il chiostro del convento è come una grande plancia di gioco a grandezza naturale, con pop-up in 3D. La lettura dei testi sacri mi ha ricordato le ore di lettura dei regolamenti. Il tempo è sospeso. Sembra non passi mai. Come l’attesa del tuo turno di gioco dopo un pensatore seriale. E poi il silenzio. Sospiro. Una sensazione di pace ideale che nella biblioteca della mia città dove ci troviamo per giocare non esiste perché i nostri tavoli sono vicini all’area giochi per bambini. Ed è allora che ho cominciato a pensare. Nel nostro mondo vince chi vince, volevo un gioco in cui vince chi perde. Un gioco in cui invece della prepotenza del superare vincesse la cortesia del lasciar passare. Una gara in cui si cerca di arrivare ultimi. Una sfida di gentilezza. Questa è la premessa. Il risultato è però il gioco meno gentile tra tutti i giochi che ho pubblicato. Pazienza. Il tema del secondo dei prossimi tre giochi della serie MINI CARD GAME sarà un convento. Amen.

 

 

2026/03 - La bella bruttezza

Da piccolo giocavo ai giochi da tavolo ed ora li invento. Avete in mente quelle storie toccanti di persone che hanno realizzato i propri sogni? Balle. Da piccolo a ma piacevano i VIDEOgiochi. Ed avendo una certa età, i videogiochi dei nostri tempi erano quello che erano. Anche brutti. Diciamoci la verità. Ma nessun nuovo videogioco bello potrà sostituire nel nostro cuore i vecchi videogiochi brutti. Che noi vedevamo bellissimi. Che per noi erano bellissimi. Come le nostre compagne di classe. Le più belle del mondo. Perché il nostro mondo era la nostra classe. Non come oggi che il mondo è diventato grande come il mondo. Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace ci hanno insegnato da bambini. La bella bruttezza d’una volta ci ha insegnato invece che le cose belle sono le cose che lasciano bei ricordi. Che nessuno può portarteli via. I nostri tempi. Quando i videogiochi si giocavano in compagnia. In una sala giochi. O a casa di amici. Erano loro i veri “giochi di società”. Tempi in cui l’amico era “quella cosa che più ce n’è meglio è”. Ma erano altri tempi i nostri tempi. Tempi in cui l’intera umanità era unita. Per difendere insieme il nostro pianeta. Da invasioni di pixel. Il primo dei prossimi nuovi tre MINI CARD GAME avrà come tema i vecchi videogiochi vintage. Vintage come me.

 

 

2026/02 - I fiori in inverno

Ho passato un weekend nel mezzo del nulla. In mezzo alla campagna. In mezzo alla natura. A fianco di uno svincolo autostradale. Uno dei tanti posti al mondo nel mezzo del nulla ma che, per comodità, chiamerò “Parma”. In una sorta di ritiro spirituale. Come un eremita. Ma con altre 664 altre persone. Che hanno avuto contemporaneamente la mia stessa idea. Rinchiudersi nel mezzo del nulla. Non solo perché era inverno. A testare prototipi di giochi da tavolo. Prototipi. Giochi non ancora finiti. Che magari non funzionano. Anche se detto così sembra brutto. L’ho fatto per scegliere i prossimi nuovi tre giochi da pubblicare nella serie MINI CARD GAME. Ma ognuno dei presenti aveva le sue valide motivazioni per essere lì. A giocare. Giorno e notte. In ogni sala. Corridoio. Hall. Anche se è poco credibile che a “Parma” ci sia una “Hall”. Chiamiamolo atrio. Questi i dati ufficiali: 368 autori, 170 playtester, 25 Press/Blogger, 22 editori, 80 operatori. No, non so chi siano gli “operatori”. Ma c’erano, secondo la nota ufficiale dell’evento. 665 persone che per giorni e notti fissano, afferrano e spostano ritagli di carta e pezzi di cartone come sacre reliquie. Con lo stesso sguardo meravigliato dei bambini di fronte ai loro lavoretti in carta e cartone. Migliaia di prototipi, partite, idee. Giochi più o meno belli. Soprattutto meno. Ma che un giorno forse lo diventeranno. Bellissimi. Favolosi. Come le favole di Andersen. Che non tutte hanno un lieto fine. Ma a “Parma”, a fianco di uno svincolo autostradale, possono fiorire meraviglie. Per questo motivo i game designer italiani si recano a “Parma” una volta all’anno con i propri prototipi. Con la stessa motivazione per cui ci si reca a Lourdes. E in questa cornice, invernale, fiabesca e Anderseniana, abbiamo scelto i prossimi tre giochi che continueranno la serie dei MINI CARD GAME.

 

 

2026/01 - Il difficile di cominciare

Quando il grande violoncellista e direttore d’orchestra spagnolo Pablo Casals compì 95 anni, un giovane giornalista gli chiese, “Signor Casals, lei ha 95 anni ed è il più grande violoncellista che sia mai esistito. Perché continua ad esercitarsi per sei ore al giorno?” Pablo Casals rispose, “Perché penso che sto facendo dei progressi”.

Si dice che la cosa più difficile sia cominciare. Ma vogliamo parlare del continuare? Per cominciare, puoi cominciare con un capolavoro, ma va benissimo qualsiasi vaccata. Ma per continuare, la vaccata dev’essere perlomeno migliore della vaccata precedente. Non è facile scegliere i nuovi tre giochi che continueranno la serie MINI CARD GAME. Non è facile cercare di fare sempre meglio. E i GiocaGiullari che mettono un nostro gioco nella TOP TEN dei migliori giochi pubblicati l’anno scorso non aiutano ad abbassare le aspettative. A volte rimpiango la spensieratezza degli inizi. Quando qualcosa non esiste è sempre un potenziale capolavoro. Una compagna di classe un giorno chiese al professore se alla verifica qualcuno avesse preso il massimo dei voti. Sì, le rispose il professore. Lei sorrise, felice, magari sono io, disse. In realtà prese 2.5. Ma era in una classe in cui qualcuno aveva preso il massimo dei voti, quindi, potenzialmente, avrebbe potuto essere lei. Scegliere i primi giochi da pubblicare è stata quella gioia lì. Due anni e 10 giochi più tardi ci si fa invece più problemi. Ogni anno vengono pubblicati oltre 5'000 nuovi giochi da tavolo, secondo una ricerca casuale su internet. Non ricordo la fonte, restiamo ai livelli del “sentito dire”. Per cui è lecito chiedersi se il mondo dei giochi abbia bisogno di un altro nuovo gioco. E se ci è già capitato nella vita di aver fatto dei giochi, se siamo in grado di fare “meglio”. Ma forse mi faccio tutti questi problemi perché appartengo ad una generazione che è cresciuta ascoltando canzoni come “Si può dare di più”.

 

Naivina, Switzerland.